Proseguiamo nel nostro blog di denuncia contro la società di franchising Kipoint firmata Poste Italiane parlando oggi delle modalità in cui vengono organizzati i locali entro cui dovrà nascere il negozio.
Nel momento in cui si decide di proseguire con la sottoscrizione del contratto, il franchisor si inserisce totalmente nelle scelte dell'imprenditore e in ogni minimo dettaglio del negozio.
Ogni affiliato è costretto ad acquistare tutto l'arredamento presente all'interno del pacchetto di apertura di una filiale Kipoint, quindi può succedere (cosa realmente accaduta sia a me che ad altre persone), che il responsabile di zona decida di bocciare la scelta di un locale perché ritenuto troppo piccolo ad ospitare tutti i mobili previsti.
Effettuata la scelta dell'immobile, si entra immediatamente in contatto con la ditta fornitrice degli arredi attraverso un primo sopralluogo volto a ispezionare le potenzialità e un secondo di verifica.
Niente di strano, penserete voi, se non fosse che ogni singolo spillo che varca la porta di ingresso deve aver avuto una precedente autorizzazione da parte della direzione.
Accade così che dalla fotocopiatrice al registratore di cassa, dalle penne alla bilancia elettronica, ogni acquisto doveva essere effettuato solo seguendo le linee guida imposte dal franchisor e i relativi fornitori che venivano indicati agli affiliati.
Due punti da non trascurare in questa faccenda:
1) non è mai stato specificato in nessun momento della trattazione prima della firma del contratto, né tanto meno all'interno del contratto stesso che si dovessero essere burattini nelle mani dei dirigenti della Kipoint, i quali non hanno mai permesso nessun tipo di scelta imprenditoriale autonoma;
2) gli arredi e i macchinari acquistati presso i fornitori segnalati dal franchisor si rivelavano in realtà essere un altra fregatura, poiché veniva inviato al negozio materiale scadente di bassa qualità e pagato a peso d'oro.
Leggi anche:
Kipoint costi di apertura: importi che superano di molto le aspettative
Raccolta di atti legali e testimonianze di chi ha aperto un Kipoint Poste Italiane ed è stato costretto a chiudere per fallimento
Visualizzazione post con etichetta costi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta costi. Mostra tutti i post
sabato 5 maggio 2012
Franchising Kipoint: ecco come veniva effettuata la scelta dei locali e dell'arredamento
Etichette:
apertura,
arredamento,
attività,
chiusura,
costi,
fallimento,
franchising,
franchisor,
ingannevole,
kipoint,
marchio,
materiali,
poste italiane,
pubblicità,
punto vendita,
sda,
truffa,
vicenza
giovedì 26 aprile 2012
Negozi Kipoint: quasi tutti chiusi per fallimento
DALL'INIZIO DEL PROGETTO KIPOINT AD OGGI SONO STATI APERTI 190 PUNTI VENDITA E NE SONO STATI CHIUSI PIU' DI 100 CAUSA FALLIMENTO.
Esiste una società chiamata Kipoint e marchiata Gruppo Poste Italiane che sembra divertirsi a vendere un'attività di franchising che non funziona.
Eh, già! Perché, come abbiamo parlato altre volte, i responsabili di Kipoint hanno proposto in lungo e in largo in tutto il territorio nazionale questo progetto, promuovendola come redditizia.
Ma, purtroppo, non è mai stato così.
Vi state chiedendo il perché? Il motivo è solo uno: difficile che un'attività possa essere considerata un buon investimento se la stragrande maggioranza delle persone che vi partecipano falliscono miseramente.
Se ora proverete a chiedere maggiori informazioni ai responsabili del progetto Kipoint, loro glisseranno sicuramente sul discorso e chiuderanno l'argomento citandovi un paio di casi di attività andate male, assolutamente irrilevanti (più del 50% dei casi non mi sembra una percentuale che si possa definire "irrilevante").
Quando mi sono inserito nella realtà del franchising Kipoint, i punti vendita già aperti erano 129 e non ero a conoscenza di nessuna chiusura, a parte di quel famoso paio appenna accennati dal tanto citato Francesco Calconi.
I mesi passano e l'attività non decolla mai, i conti non tornano e i debiti si accumulano.
E' durante la fase della mia chiusura che sono venuto a conoscenza dell'effettiva situazione generale. Fino alla decisione più drastica di mettere la parola fine a questo progetto, l'area manager Francesco Calconi esortava con una certa insistenza di evitare di contattarsi tra i vari punti vendita Kipoint poiché, a suo parere, non era necessario. Il suo consiglio era quello di rimanere in contatto solamente con i dipendenti diretti, che lavoravano nei negozi gestiti direttamente dal gruppo localizzati a Milano e Firenze.
E il forum degli affiliati? Secondo loro non avrei dovuto né leggerlo, né tantomeno commentarlo.
In un primo momento ho creduto che potesse essere un modo per evitare di farsi impaurire dalle difficoltà che si possono incontrare quando si apre una nuova attività.
Solo in un secondo momento ho scoperto che quello che gli affiliati riportavano nel Kiforum era un malessere generale dovuto alle problematiche di gestione ed economiche diffuse in tutti i punti vendita: non semplici proteste ma solo la punta di un iceberg che ci stava portando alla deriva.
La parola d'ordine? Nascondere la verità.
Sino a quando non ho comunicato al Sig. Calconi la cessazione del mio rapporto con loro, l'area manager continuava a descrivere il gruppo Kipoint in modo lusinghiero e ottimistico; nel momento in cui gli comunicai la mia decisione di interrompere il rapporto lavorativo, si è dimostrato in grande difficoltà: balbettii e silenzi imbarazzanti hanno preceduto la fine di una telefonata quanto mai surreale in cui ha avuto nemmeno il coraggio di ribattere (nemmeno quando gli ho dimostrato che ero a conoscenza di quello che stava succedendo ovunque).
Da allora il silenzio più totale da parte dei responsabili del progetto franchising.
Il mio scopo di adesso? Diffondere la realtà dei fatti, quella stessa che i dirigenti del gruppo Kipoint e di Poste Italiane continuano a negare.
Esiste una società chiamata Kipoint e marchiata Gruppo Poste Italiane che sembra divertirsi a vendere un'attività di franchising che non funziona.
Eh, già! Perché, come abbiamo parlato altre volte, i responsabili di Kipoint hanno proposto in lungo e in largo in tutto il territorio nazionale questo progetto, promuovendola come redditizia.
Ma, purtroppo, non è mai stato così.
Vi state chiedendo il perché? Il motivo è solo uno: difficile che un'attività possa essere considerata un buon investimento se la stragrande maggioranza delle persone che vi partecipano falliscono miseramente.
Se ora proverete a chiedere maggiori informazioni ai responsabili del progetto Kipoint, loro glisseranno sicuramente sul discorso e chiuderanno l'argomento citandovi un paio di casi di attività andate male, assolutamente irrilevanti (più del 50% dei casi non mi sembra una percentuale che si possa definire "irrilevante").
Quando mi sono inserito nella realtà del franchising Kipoint, i punti vendita già aperti erano 129 e non ero a conoscenza di nessuna chiusura, a parte di quel famoso paio appenna accennati dal tanto citato Francesco Calconi.
I mesi passano e l'attività non decolla mai, i conti non tornano e i debiti si accumulano.
E' durante la fase della mia chiusura che sono venuto a conoscenza dell'effettiva situazione generale. Fino alla decisione più drastica di mettere la parola fine a questo progetto, l'area manager Francesco Calconi esortava con una certa insistenza di evitare di contattarsi tra i vari punti vendita Kipoint poiché, a suo parere, non era necessario. Il suo consiglio era quello di rimanere in contatto solamente con i dipendenti diretti, che lavoravano nei negozi gestiti direttamente dal gruppo localizzati a Milano e Firenze.
E il forum degli affiliati? Secondo loro non avrei dovuto né leggerlo, né tantomeno commentarlo.
In un primo momento ho creduto che potesse essere un modo per evitare di farsi impaurire dalle difficoltà che si possono incontrare quando si apre una nuova attività.
Solo in un secondo momento ho scoperto che quello che gli affiliati riportavano nel Kiforum era un malessere generale dovuto alle problematiche di gestione ed economiche diffuse in tutti i punti vendita: non semplici proteste ma solo la punta di un iceberg che ci stava portando alla deriva.
La parola d'ordine? Nascondere la verità.
Sino a quando non ho comunicato al Sig. Calconi la cessazione del mio rapporto con loro, l'area manager continuava a descrivere il gruppo Kipoint in modo lusinghiero e ottimistico; nel momento in cui gli comunicai la mia decisione di interrompere il rapporto lavorativo, si è dimostrato in grande difficoltà: balbettii e silenzi imbarazzanti hanno preceduto la fine di una telefonata quanto mai surreale in cui ha avuto nemmeno il coraggio di ribattere (nemmeno quando gli ho dimostrato che ero a conoscenza di quello che stava succedendo ovunque).
Da allora il silenzio più totale da parte dei responsabili del progetto franchising.
Il mio scopo di adesso? Diffondere la realtà dei fatti, quella stessa che i dirigenti del gruppo Kipoint e di Poste Italiane continuano a negare.
Etichette:
aprire,
attività,
calconi,
causa,
chiusura,
costi,
debiti,
fallimento,
firenze,
francesco,
franchising,
ingannevole,
kipoint,
marchio,
milano,
poste italiane,
pubblicità,
punto vendita,
sda,
truffa
giovedì 12 aprile 2012
Kipoint costi di apertura: importi che superano di molto le aspettative
Tra le cose che hanno maggiormente portato in inganno tutti coloro che hanno deciso di investire nel progetto Kipoint di Poste Italiane, vi sono sicuramente i costi di apertura.
Quanto pubblicizzato nelle brochure e nei siti specializzati in franchising e ribadito più volte durante gli incontri effettuati con l'area manager, è stato superato abbondantemente.
Il preventivo richiesto per far parte del progetto era stimato in una cifra pari a 15.000 €+IVA di diritto di ingresso e di 32.000 € relativi all'investimento iniziale (arredamento ed adeguamento dei locali): cifre accessibili a molti che, se non ne disponevano in liquidità, hanno deciso per l'occasione di rivolgersi alle banche o istituti finanziari.
Il quadro della faccenda, però, cambia con il trascorrere del tempo.
L'area manager della mia zona Francesco Calconi (così come gli area manager delle altre zone d'Italia), però, ha omesso deliberatamente un "piccolo" dettaglio: tutta l'attrezzatura necessaria all'interno del punto vendita veniva messa in conto come fornitura e, quindi, fatturata in un secondo momento.
Dopo il saldo dell'allestimento, infatti mi sono state presentate le fatture riguardanti fax, fotocopiatrice, pc e quant'altro possa servire all'interno di un ufficio: ogni singolo spillo era a carico del gestore dell'ufficio spedizioni e risultava così che l'investimento del Gruppo Kipoint era a zero.
E alla fine della fiera sono stati spesi più di 100.000€ per l'apertura del negozio. Il doppio rispetto al preventivato. E se non si chiama pubblicità ingannevole questa.
Quanto pubblicizzato nelle brochure e nei siti specializzati in franchising e ribadito più volte durante gli incontri effettuati con l'area manager, è stato superato abbondantemente.
Il preventivo richiesto per far parte del progetto era stimato in una cifra pari a 15.000 €+IVA di diritto di ingresso e di 32.000 € relativi all'investimento iniziale (arredamento ed adeguamento dei locali): cifre accessibili a molti che, se non ne disponevano in liquidità, hanno deciso per l'occasione di rivolgersi alle banche o istituti finanziari.
Il quadro della faccenda, però, cambia con il trascorrere del tempo.
L'area manager della mia zona Francesco Calconi (così come gli area manager delle altre zone d'Italia), però, ha omesso deliberatamente un "piccolo" dettaglio: tutta l'attrezzatura necessaria all'interno del punto vendita veniva messa in conto come fornitura e, quindi, fatturata in un secondo momento.
Dopo il saldo dell'allestimento, infatti mi sono state presentate le fatture riguardanti fax, fotocopiatrice, pc e quant'altro possa servire all'interno di un ufficio: ogni singolo spillo era a carico del gestore dell'ufficio spedizioni e risultava così che l'investimento del Gruppo Kipoint era a zero.
E alla fine della fiera sono stati spesi più di 100.000€ per l'apertura del negozio. Il doppio rispetto al preventivato. E se non si chiama pubblicità ingannevole questa.
Etichette:
apertura,
arredamento,
attività,
avviamento,
calconi,
causa,
costi,
debiti,
fallimento,
fee,
franchising,
ingannevole,
ingresso,
kipoint,
marchio,
poste italiane,
pubblicità,
punto vendita,
sda,
truffa
Iscriviti a:
Post (Atom)


