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sabato 5 maggio 2012

Franchising Kipoint: ecco come veniva effettuata la scelta dei locali e dell'arredamento

Proseguiamo nel nostro blog di denuncia contro la società di franchising Kipoint firmata Poste Italiane parlando oggi delle modalità in cui vengono organizzati i locali entro cui dovrà nascere il negozio.
Nel momento in cui si decide di proseguire con la sottoscrizione del contratto, il franchisor si inserisce totalmente nelle scelte dell'imprenditore e in ogni minimo dettaglio del negozio.
Ogni affiliato è costretto ad acquistare tutto l'arredamento presente all'interno del pacchetto di apertura di una filiale Kipoint, quindi può succedere (cosa realmente accaduta sia a me che ad altre persone), che il responsabile di zona decida di bocciare la scelta di un locale perché ritenuto troppo piccolo ad ospitare tutti i mobili previsti.
Effettuata la scelta dell'immobile, si entra immediatamente in contatto con la ditta fornitrice degli arredi attraverso un primo sopralluogo volto a ispezionare le potenzialità e un secondo di verifica.
Niente di strano, penserete voi, se non fosse che ogni singolo spillo che varca la porta di ingresso deve aver avuto una precedente autorizzazione da parte della direzione.
Accade così che dalla fotocopiatrice al registratore di cassa, dalle penne alla bilancia elettronica, ogni acquisto doveva essere effettuato solo seguendo le linee guida imposte dal franchisor e i relativi fornitori che venivano indicati agli affiliati.
Due punti da non trascurare in questa faccenda:
1) non è mai stato specificato in nessun momento della trattazione prima della firma del contratto, né tanto meno all'interno del contratto stesso che si dovessero essere burattini nelle mani dei dirigenti della Kipoint, i quali non hanno mai permesso nessun tipo di scelta imprenditoriale autonoma;
2) gli arredi e i macchinari acquistati presso i fornitori segnalati dal franchisor si rivelavano in realtà essere un altra fregatura, poiché veniva inviato al negozio materiale scadente di bassa qualità e pagato a peso d'oro.


Leggi anche: 
Kipoint costi di apertura: importi che superano di molto le aspettative



lunedì 9 aprile 2012

La mia esperienza: visitare punti franchising che dicevano il falso sull'andamento dell'attività



La mia orrenda esperienza con il franchising Kipoint del Gruppo Poste Italiane iniziò in internet nel 2010, quando vidi la possibilità di aprire un'attività attraverso il sito aziendale Kipoint, supportata dalla campagna pubblicitaria su alcune riviste di importanza nazionale.
Secondo quanto riportato nel portale web, l'attività franchising avrebbe previsto degli investimenti iniziali minimi, in confronto ai guadagni che venivano promessi. Il marchio Poste Italiane, inoltre, fungeva da "garante" e mi tranquillizzava molto nei confronti di questo progetto che, così come veniva presentato, sarebbe stato di sicuro successo.
Decisi quindi di contattare qualcuno che potesse fornirmi maggiori informazioni al riguardo e fu così che feci la conoscenza del Sig. Francesco Calconi, l'area manager del Veneto per il progetto Kipoint. Nei numerosi incontri svolti in presenza del Sig. Calconi, sono state decantate le possibilità di sviluppo del progetto Kipoint, attraverso promesse e fatturati ipotetici. L'area manager si è inoltre dilungato in una serie di servizi di prossima partenza che facevano quasi intravedere i Kipoint come veri e propri uffici postali. La dicitura " Gruppo Poste Italiane " era come presentazione su tutte le cartelle di Calconi, così come in tutti i fogli delle presentazioni.
Per autentificare la veridicità del progetto Kipoint e per "venderlo" come un'attività commerciale di sicuro successo, mi hanno portato a visitare un punto vendita già aperto, vicino alla mia città (Vicenza), cui avrei dovuto tenere riferimento. Fu così che andai a vedere il punto vendita di Bassano del Grappa: qui il proprietario sfoggiava uno dei suoi migliori sorrisi e mi ripeteva quanto fosse proficua l'attività franchising Kipoint. Fu solo quando vidi che gli affari non stavano andando come prospettato che mi rivolsi a lui chiedendo maggiori spiegazioni. L'uomo, alquanto rammaricato, disse che era stato costretto a inscenare quella farsa dai dirigenti del gruppo Kipoint Poste Italiane: i debiti che aveva nei confronti del progetto franchising erano troppi e, se non avesse mentito a me (come a tanti atri), l'avrebbero obbligato ad assolverli immediatamente.
Stay tuned