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lunedì 16 dicembre 2013

Kipoint, gli imprenditori contro Poste italiane


Nel quotidiano Il Centro è uscito il primo articolo relativo alla riunione che abbiamo fatto insieme all'Associazione Codici qualche giorno fa a Pescara.

Il giornale scrive: "L'Antitrust ha dato loro ragione, lo stesso ha fatto il Tar del Lazio, e ora sono in attesa della decisione che prenderà il Consiglio di Stato, il quale ha rimesso la soluzione del caso nelle mani della Corte di Giustizia dell'Unione Europea. Ma nel frattempo hanno perso decine di migliaia di euro in investimenti e chiedono che a intervenire sia la presenza del Consiglio dei Ministri, affinché stanzi una cifra sufficiente per risarcire i danni subìti".

L'intero articolo è disponibile al seguente link.

lunedì 9 dicembre 2013

Kipoint truffa: le vittime coinvolte parlano in tv

Sono in molte le vittime che sono rimaste truffate dal progetto Kipoint del Gruppo Poste Italiane, ma nessuno di loro ha deciso di arrendersi. Anzi!

La loro rabbia nei confronti di un franchising tanto disonesto quanto dispendioso continua e si affida ora a Codici, l'Associazione dei Consumatori, che ha intenzione di sostenerli in questa causa.


Ecco i primi video di quanto accaduto durante l'incontro tra le vittime della truffa e l'Associazione Codici.









lunedì 9 luglio 2012

Caro Franchisor, i conti non tornano


Che il franchising Kipoint del Gruppo Poste Italiane sia una truffa, quello è stato ormai appurato.
Ho già riportato qui alcuni fatti accaduti a me durante la presa dei contatti con i responsabili del gruppo Kipoint e lo svolgimento dell'attività commerciale.
Oggi, però, vorrei proporvi la situazione di un altro affiliato Kipoint, questa volta con sede a Roma: qui viene riportata la lettera che scrisse al suo avvocato, per informarlo dei fatti che stavano accadendo.


"Egregio Avv. Giovanni Adamo,
Il sottoscritto xxxx (...).
Verso la fine dell’anno 2004 venni a conoscenza, tramite ripetuti incontri tenutisi a Milano con rappresentanti della società Kipoint S.r.l., della possibilità di intraprendere un’attività in franchising nel settore dei servizi alle imprese, attraverso il marchio “KIPOINT – Gruppo PosteItaliane”. In occasione di questi incontri, durante i quali mi venne illustrato il contenuto dell’iniziativa, mi fu anche consegnato dal franchisor del materiale informativo abbastanza dettagliato nel quale erano esplicitati i termini dell’accordo di franchising, ivi inclusa una stima dell’investimento iniziale richiesto ai potenziali nuovi franchisee, nonché un business plan che la Kipoint S.r.l. aveva commissionato a una società di consulenza direzionale e revisione contabile molto nota a livello internazionale e che simulava l’andamento del fatturato e dei margini operativi lordi dei primi due anni di attività di un nuovo affiliato. La convinzione di poter accedere con un investimento iniziale non troppo oneroso ad un business sulla carta molto redditizio e che in tempi relativamente brevi avrebbe potuto raggiungere il cosiddetto “break even”, unitamente alla possibilità di stipulare un accordo per l’utilizzo di un marchio contenente il brand sicuramente prestigioso di “Poste Italiane”, mi spinsero a valutare in termini positivi l’opportunità e di conseguenza a firmare nei mesi successivi con la Kipoint S.r.l. un contratto di franchising, stipulato in data 21/03/2005 per la durata di 7 anni."

"Con mio rammarico, tuttavia, l’attività in questione non ebbe a decollare come da me auspicato e ciò principalmente in ragione del fatto che le cifre prospettatemi nei mesi precedenti all’accordo furono smentite dai fatti, ossia dall’effettivo andamento economico dell’iniziativa. Per prima cosa, l’investimento iniziale superò di circa il 40% quanto preventivato nei documenti che la Kipoint S.r.l. mi consegnò nella fase di trattativa. In essi, infatti, alcune spese, sia tra quelle da sostenere nella fase iniziale (costituzione societaria, ristrutturazione dei locali, tasse e altri oneri), sia tra quelle previste a regime (utenze, pubblicità e promozione, spese del personale), erano largamente sottostimate, mentre altre ancora non erano neppure citate (acquisto di beni e servizi da alcuni fornitori imposti dal franchisor a prezzi decisamente più alti rispetto a quelli di mercato). A ciò si aggiunga che l’andamento dei successivi quasi quattro anni in cui l’attività della mia azienda rimase in funzione (precisamente dal 1 luglio 2005 al 28 febbraio 2009) fu caratterizzato da numeri decisamente inferiori a quelli preventivati secondo le stime fornite dalla Kipoint S.r.l., tanto che il bilancio della mia società si chiuse in passivo in tutti i quattro anni di esercizio (con una perdita complessiva stimabile oggi in circa 70.000 euro, interamente ricoperti dalle quote versate dai soci), fino alla liquidazione della stessa società decisa dall’assemblea dei soci in data 9 gennaio 2009. In particolare tengo a sottolineare come, nonostante un promettente inizio e gli sforzi profusi da me e dai miei collaboratori (peraltro riconosciuti dalla stessa Kipoint S.r.l. dalla quale ricevetti in più occasioni apprezzamenti per il mio operato come affiliato), mai i nostri numeri giunsero ad essere confrontabili con quelli presentati nel business plan che mi era stato presentato al momento della firma, sia in termini di fatturato mensile, sia soprattutto in termini di margine di contribuzione, ciò a causa della fortissima concorrenza che avemmo a riscontrare in tutti i settori nei quali l’attività dei centri Kipoint si misuravano con il mercato e con la sproporzione tra i costi da sostenere per offrire un servizio di livello accettabile nei settori di nostra competenza e i ricavi ottenibili applicando le tariffe di mercato ai nostri clienti, di certo molto lontane dai prezzi consigliati da Kipoint S.r.l.. Lo stesso marchio “Poste Italiane” si dimostrò alla lunga un’arma a doppio taglio, in quanto i nostri servizi venivano offerti molto spesso a prezzi ancor più concorrenziali dagli stessi uffici postali, con un ovvio danno in termini di concorrenza che giungeva dalla nostra stessa “casa madre”.
Ritengo di aver maturato la ferma convinzione che il “business Kipoint” così come mi venne proposto, e come, a quanto mi risulta, viene ancor oggi prefigurato ai potenziali nuovi affiliati, non presenta certo le caratteristiche di redditività né di attrattività decantate dal franchisor e difficilmente un imprenditore che desideri approcciare tale opportunità può aspettarsi un esito diverso dal dissesto finanziario nel giro di pochi anni.

In fede."

giovedì 26 aprile 2012

Negozi Kipoint: quasi tutti chiusi per fallimento

DALL'INIZIO DEL PROGETTO KIPOINT AD OGGI SONO STATI APERTI 190 PUNTI VENDITA E NE SONO STATI CHIUSI PIU' DI 100 CAUSA FALLIMENTO.
Esiste una società chiamata Kipoint e marchiata Gruppo Poste Italiane che sembra divertirsi a vendere un'attività di franchising che non funziona.
Eh, già! Perché, come abbiamo parlato altre volte, i responsabili di Kipoint hanno proposto in lungo e in largo in tutto il territorio nazionale questo progetto, promuovendola come redditizia.
Ma, purtroppo, non è mai stato così.
Vi state chiedendo il perché? Il motivo è solo uno: difficile che un'attività possa essere considerata un buon investimento se la stragrande maggioranza delle persone che vi partecipano falliscono miseramente.
Se ora proverete a chiedere maggiori informazioni ai responsabili del progetto Kipoint, loro glisseranno sicuramente sul discorso e chiuderanno l'argomento citandovi un paio di casi di attività andate male, assolutamente irrilevanti (più del 50% dei casi non mi sembra una percentuale che si possa definire "irrilevante").
Quando mi sono inserito nella realtà del franchising Kipoint, i punti vendita già aperti erano 129 e non ero a conoscenza di nessuna chiusura, a parte di quel famoso paio appenna accennati dal tanto citato Francesco Calconi.
I mesi passano e l'attività non decolla mai, i conti non tornano e i debiti si accumulano.
E' durante la fase della mia chiusura che sono venuto a conoscenza dell'effettiva situazione generale. Fino alla decisione più drastica di mettere la parola fine a questo progetto, l'area manager Francesco Calconi esortava con una certa insistenza di evitare di contattarsi tra i vari punti vendita Kipoint poiché, a suo parere, non era necessario. Il suo consiglio era quello di rimanere in contatto solamente con i dipendenti diretti, che lavoravano nei negozi gestiti direttamente dal gruppo localizzati a Milano e Firenze.
E il forum degli affiliati? Secondo loro non avrei dovuto né leggerlo, né tantomeno commentarlo.
In un primo momento ho creduto che potesse essere un modo per evitare di farsi impaurire dalle difficoltà che si possono incontrare quando si apre una nuova attività.
Solo in un secondo momento ho scoperto che quello che gli affiliati riportavano nel Kiforum era un malessere generale dovuto alle problematiche di gestione ed economiche diffuse in tutti i punti vendita: non semplici proteste ma solo la punta di un iceberg che ci stava portando alla deriva.
La parola d'ordine? Nascondere la verità.
Sino a quando non ho comunicato al Sig. Calconi la cessazione del mio rapporto con loro, l'area manager continuava a descrivere il gruppo Kipoint in modo lusinghiero e ottimistico; nel momento in cui gli comunicai la mia decisione di interrompere il rapporto lavorativo, si è dimostrato in grande difficoltà: balbettii e silenzi imbarazzanti hanno preceduto la fine di una telefonata quanto mai surreale in cui ha avuto nemmeno il coraggio di ribattere (nemmeno quando gli ho dimostrato che ero a conoscenza di quello che stava succedendo ovunque).
Da allora il silenzio più totale da parte dei responsabili del progetto franchising.
Il mio scopo di adesso? Diffondere la realtà dei fatti, quella stessa che i dirigenti del gruppo Kipoint e di Poste Italiane continuano a negare.

giovedì 12 aprile 2012

Kipoint costi di apertura: importi che superano di molto le aspettative

Tra le cose che hanno maggiormente portato in inganno tutti coloro che hanno deciso di investire nel progetto Kipoint di Poste Italiane, vi sono sicuramente i costi di apertura.
Quanto pubblicizzato nelle brochure e nei siti specializzati in franchising e ribadito più volte durante gli incontri effettuati con l'area manager, è stato superato abbondantemente.
Il preventivo richiesto per far parte del progetto era stimato in una cifra pari a 15.000 €+IVA di diritto di ingresso e di 32.000 € relativi all'investimento iniziale (arredamento ed adeguamento dei locali): cifre accessibili a molti che, se non ne disponevano in liquidità, hanno deciso per l'occasione di rivolgersi alle banche o istituti finanziari.
Il quadro della faccenda, però, cambia con il trascorrere del tempo.
L'area manager della mia zona Francesco Calconi (così come gli area manager delle altre zone d'Italia), però, ha omesso deliberatamente un "piccolo" dettaglio: tutta l'attrezzatura necessaria all'interno del punto vendita veniva messa in conto come fornitura e, quindi, fatturata in un secondo momento.
Dopo il saldo dell'allestimento, infatti mi sono state presentate le fatture riguardanti fax, fotocopiatrice, pc e quant'altro possa servire all'interno di un ufficio: ogni singolo spillo era a carico del gestore dell'ufficio spedizioni e risultava così che l'investimento del Gruppo Kipoint era a zero.
E alla fine della fiera sono stati spesi più di 100.000€ per l'apertura del negozio. Il doppio rispetto al preventivato. E se non si chiama pubblicità ingannevole questa.

lunedì 9 aprile 2012

La mia esperienza: visitare punti franchising che dicevano il falso sull'andamento dell'attività



La mia orrenda esperienza con il franchising Kipoint del Gruppo Poste Italiane iniziò in internet nel 2010, quando vidi la possibilità di aprire un'attività attraverso il sito aziendale Kipoint, supportata dalla campagna pubblicitaria su alcune riviste di importanza nazionale.
Secondo quanto riportato nel portale web, l'attività franchising avrebbe previsto degli investimenti iniziali minimi, in confronto ai guadagni che venivano promessi. Il marchio Poste Italiane, inoltre, fungeva da "garante" e mi tranquillizzava molto nei confronti di questo progetto che, così come veniva presentato, sarebbe stato di sicuro successo.
Decisi quindi di contattare qualcuno che potesse fornirmi maggiori informazioni al riguardo e fu così che feci la conoscenza del Sig. Francesco Calconi, l'area manager del Veneto per il progetto Kipoint. Nei numerosi incontri svolti in presenza del Sig. Calconi, sono state decantate le possibilità di sviluppo del progetto Kipoint, attraverso promesse e fatturati ipotetici. L'area manager si è inoltre dilungato in una serie di servizi di prossima partenza che facevano quasi intravedere i Kipoint come veri e propri uffici postali. La dicitura " Gruppo Poste Italiane " era come presentazione su tutte le cartelle di Calconi, così come in tutti i fogli delle presentazioni.
Per autentificare la veridicità del progetto Kipoint e per "venderlo" come un'attività commerciale di sicuro successo, mi hanno portato a visitare un punto vendita già aperto, vicino alla mia città (Vicenza), cui avrei dovuto tenere riferimento. Fu così che andai a vedere il punto vendita di Bassano del Grappa: qui il proprietario sfoggiava uno dei suoi migliori sorrisi e mi ripeteva quanto fosse proficua l'attività franchising Kipoint. Fu solo quando vidi che gli affari non stavano andando come prospettato che mi rivolsi a lui chiedendo maggiori spiegazioni. L'uomo, alquanto rammaricato, disse che era stato costretto a inscenare quella farsa dai dirigenti del gruppo Kipoint Poste Italiane: i debiti che aveva nei confronti del progetto franchising erano troppi e, se non avesse mentito a me (come a tanti atri), l'avrebbero obbligato ad assolverli immediatamente.
Stay tuned